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Matteo, l' uomo che ha salvato il genepy della Val MairaRepubblica — 04 maggio 2009 pagina 1 sezione: TORINOMATTEO Laugero ha percorso per tutta la vita le vallate del Cuneese, di cui conosce ogni roccia, ogni sentiero e borgata. Già da bambino ricercava piantine, e le sapeva distinguere grazie all' insegnamento del nonno. Prima della guerra, la Val Maira «era un giardino di erbe officinali, che oggi non esiste più - dice Laugero -. L' abbandono della montagna ha causato il rimboschimento e l' habitat naturale delle erbe spontanee è stato compromesso. I turisti hanno fatto poi il resto, strappando ogni arbusto senza cura, ad esempio, il genepy spontaneo non si trova quasi più». (segue dalla prima di cronaca) Dalla Valle Gesso alla Val Maira tutti lo conoscono, è indubbiamente uno dei maggiori esperti di erbe alpine, con le quali produce infusi straordinari. All' Artemisia mutellina, la pianta dalla quale si ricava il genepy, ha dedicato molto tempo e tanta passione e, ad Albaretto Macra, in borgata Palènt,è riuscitoa coronare il suo progetto più caro. Laugero oggi vive nella vecchia casa paterna, in pietra, dalla quale si era allontanato da giovane come tanti altri valligiani. Qui, su pendii ripidi, coltiva il genepy autoctono e altre erbe officinali. "Autoctono", perché forse pochi sanno che gli infusi generalmente in commercio sono ottenuti da piantine di origine svizzera selezionate dai vivaisti: più produttive e stabili, in grado quindi di garantire un livello costante di qualità. Sicuramente meno profumate. La raccolta dei fiori spontanei di genepy che crescono in mezzo alle rocce, soprai 1500 metri di altitudine, è proibita dalla legge. «I valligiani ne facevano incetta e spesso si spingevano, anche con grave pericolo, tra i picchi più arditi e i precipizi per tagliare, delicatamente, pochi ciuffi di fiori. Qualche volta, sulle morene sopra i 2800 metri, riuscivano anchea trovare il genepy "blu" (il nivalis) di qualità straordinaria continua Laugero -. Un genepy rarissimo, e quel poco viene mangiato dai camosci, che ne sono ghiotti». Quella preziosa erba era poi venduta o direttamente trasformata in infuso che, non solo nelle Alpi cuneesi, ma in ogni valle montana, testimonia la gioia di accogliere e offrire ospitalità. Laugero di genepy ne ha raccolto molto e molto ne ha recuperato dai pastori di queste montagne: anni di ricerche, camminate, confronti, discussioni con appassionati come lui, prove di infusione. Ne ha individuati molti ecotipi nelle valli Maira, Gesso, Stura e Grana, ed è riuscito a riprodurli. Negli anni ' 70 ha piantato i primi campi, ma dopo numerosi sforzi e tentativi ora produce le proprie sementi e le coltiva secondo tecniche biodinamiche a Palènt. Ha costruito un locale di essicazione naturale con fuoco a legna e produce secondo il metodo seguito anticamente dagli alpigiani cuneesi. Le varietà autoctone sono poco produttive e molto delicate, anche molto diverse tra loro in termini di profumi e resa finale, ma i sentori sono più intensi delle varietà clonate "forestiere", basta strofinarle e annusare per coglierne la differenza. «Quello svizzero ha un profumo completamente diverso, non c' entra niente con il nostro, anche se le piante a vederle sono più belle, si coltivano più facilmente e crescono anche in pianura. Quelle locali invece sono meno rigogliose, meno appariscenti, ma che soddisfazione poi al naso e in bocca!». Il procedimento per ottenere il genepy è lungo e complesso, quasi un rito: Laugero macera le piantine in alcool biologico per circa 27 giorni. In seguito, aggiunge una parte di acqua e zucchero di canna, anche questo biologico. Il colore del suo genepy è diverso dagli altri: è verde chiaro con riflessi paglierini, mentre le produzioni comunemente reperibili sul mercato sono di colore verde intenso oppure trasparenti. Certo ci sono voluti anni per individuare 5/6 ecotipi di qualità migliore e sufficientemente stabili per un genepy buono ed equilibrato, ma la sua ricetta è di qualità eccezionale. Grazie al suo paziente lavoro, alla sua passione di ricercatore, e soprattutto grazie al profondo e radicato amore per le sue montagne, Matteo ha contribuito a frenare la costante perdita di biodiversità. La sua esperienza è importante e può essere un esempio per i giovani. E' riuscito partendo dal proprio territorio, da un elemento che lo caratterizzava, a fare anche economia. Le varietà locali sono a forte rischio di estinzione, ci sono gravi possibilità di contaminazione con specie che non hanno nulla a che vedere con i luoghi di coltivazione. Cerchiamo di non perdere la biodiversità. Non in tutti i posti ci sono persone come Laugero, ma ognuno di noi può fare qualcosa, istituzioni comprese. Sul Gran Sasso, ad esempio, sono riusciti a recuperare, grazie a un progetto del Parco Nazionale, la locale varietà di Artemisia petrosa che è stata oggetto di micropropagazione in vitro, e presto sarà riconsegnata a piccoli produttori per la coltivazione. Perché allora anche nelle nostre montagne non si fa di più per salvare il genepy? Facciamo del genepy un simbolo della difesa della biodiversità. - CARLO PETRINI |
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